CORNUDA IN BICICLETTA

IN COSTRUZIONE
CORNUDA IN BICICLETTA (In costruzione)
Caratteristiche tecniche: km.36,5 - tempo di percorrenza 4 ore - altezza massima m.420 (Sulder) - altezza minima m.160 -ascesa totale 650 metri - discesa totale 640 metri
GALLERIA IMMAGINI




Questa piccola guida si pone l’obiettivo di “farci un giro in bici” a Cornuda. La traccia è quelle delle acque, delle campagne, dei colli di questo paese alle porte della stretta di Quero e quindi quasi l’ultimo guado di pianura verso la montagna. Un percorso di natura cicloturistica alla ricerca di guardare e assaporare le piccole perle di questa realtà. Ecco allora: le chiese, i capitelli, gli oratori e le ville, da vivere con lentezza per assaporarne nel profondo la storia e le tradizioni.
Buon viaggio!
TERRITORIO E "MONTI"
Adagiato ai piedi e in parte sulle ultime propaggini orientali dei colli asolani, il paese di Cornuda occupa una posizione privilegiata ed importante, posto com'è allo sbocco della valle del Piave e aperto in maniera naturale sia verso ovest come verso i paesi che si trovano al di là del ponte di Vidor fino a Valdobbiadene, Pieve di Soligo e oltre. Comune da tempo immemorabile fino al 1904 inglobava nel suo territorio anche Crocetta con Ciano e Nogarè. Nonostante questo "taglio", Cornuda conta attualmente 12,38 Kmq di superficie. Cornuda sorge su un territorio di grande bellezza naturalistica: luogo di passaggio tra i colli che digradano armoniosamente verso la pianura e l'alta pianura trevigiana. Le colline che interessano Cornuda appartengono quasi tutte al primo allineamento antistante la pianura. L'abitato invece insiste su una zona grossomodo pianeggiante (tra i 135 ed i 165 metri sul livello del mare). Situato a est rispetto ad Asolo, l'abitato si costituì al limite dell'agro centuriato romano lungo l'antica via Piovega, che univa la Piave al Brenta. La parte elevata del Comune di Cornuda comprende una grande collina, il Sulder (m 472), volgarmente chiamata Curt, la collina della Rocca (m 349), quella bassa delle Rizzelle, Monte Palazzo (m 243) e la collina del Fagarè (m 357) sul secondo allineamento collinare. II Sulder visto dalla pianura antistante, sembra un enorme grembo materno, che si estende dai confini di Maser al Ru Bianco per cui diventa comprensibile come la parte più bassa del colle (la Valle) sia stata abitata fin dai tempi della preistoria, protetta com'era dai venti e del freddo del nord.
Due valli molto ripide lo risalgono da sud: quella del torrente Scalon, e l'altra del Grossent, che termina nella valletta omonima dove c’è la Sorgente.

Frazioni e località sono: Borgo Precoma, Case Ravanello, Case Turchetto, Croce Del Gallo, Pasubio, Safi, Villaraspa (Levada).

ACQUE
Diversi, ma poco rilevanti, i corsi d'acqua. Si cita anzitutto il Ru Bianco e il Ru Nero, che procede verso sud, e la Brentella di Pederobba e il Canale di Caerano, canali artificiali che procedono rispettivamente lungo i confini orientali e meridionali, nonché il Torrente Nasson che scende dai colli del bosco Fagarè.
NASSON (Torrente)
Secondo il Furlani, il nome Nasson deriverebbe da Anasso, un antico nome del Piave. Il suo bacino è compreso fra la linea di spartiacque che va dalla prima collina di Onigo, verso Cornuda, alla cima de "Le Musse", verso Castelli, poi da questa alla punta del Sulder per continuare quindi verso la Madonna di Rocca e poi giù verso le Rizzelle. Il Nasson che scorre in fondo valle, raccoglie le acque provenienti dai boschi del Fagarè, poi passa tra Levada e Cornuda S. Anna e si getta nel Piave mentre una volta veniva immesso nel canale della Brentella.
Tristemente famose furono in passato le sue inondazioni tanto è vero che qualche secolo fa gli abitanti di Villaraspa chiesero e ottennero dal vescovo di Treviso di passare sotto la parrocchia di Onigo per l'impossibilita di venire a Messa a Cornuda.

RU BIANCO (Torrente)
Chiamato volgarmente anche col nome di Giaron, il Ru Bianco è il torrente che attraversa Cornuda da Nord a Sud dividendo praticamente il paese in due parti. Attualmente poco più di un rigagnolo, che finisce nel canale della Brentella. Anticamente faceva da confine orientale alla centuriazione asolana e una volta, tanti anni fa, sul suo letto correva la Strada Feltrina giù fino a Biadene. A riprova di ciò, basta osservare la parete ovest del palazzo Viviani in centro che guarda appunto il Ru Bianco, dove è ancora visibile una porta-finestra con poggiolo, da dove i padroni di casa di allora osservavano il traffico sottostante costituito da carrozze e cavalli. Abbiamo detto che il Ru Bianco è attualmente assai scarso di acqua, ma nel passato non era così. È del 1594 infatti la domanda del nobile Antonio Trieste alla Repubblica veneta con la quale si chiedeva l'autorizzazione di costruire "un mulino sull'acqua del Ru Bianco in Cornuda a beneficio di detta villa, della villa della Val, di Nogarè e di Colbertaldo". Le sue piene trascinavano a valle grandi quantità di terra e sassi tanto vero che nel 1900 fu costruita nella parte più alta della valle di S. Lorenzo una grande diga di sbarramento, sconosciuta ai più e oggi completamente colmata.

BRENTELLA
Il Brentella è un canale originariamente destinato all’approvvigionamento idrico ed alle utilizzazioni idroelettriche e successivamente anche all’irrigazione. Fa parte di quel sistema di canali realizzati nella campagna trevigiana sin a partire dal 1450, grazie alla importante opera in particolare di Fra’ Giocondo. Lo scopo era ed è, per molti aspetti, quello di incanalare le acque del Piave verso la pianura a sud per usi prima di tutto irrigui. La parte che interessa Cornuda è all’estremo sud del suo territorio. Si tratta in realtà di una diramazione del più importante Canale di Brentella, che scendendo in direzione sud ovest da Crocetta del Montello giunge poi a Caerano. Qui ha inizio il canale. Lo stesso poi attraversa i centri abitati di Caerano, Contea, Montebelluna e chiude il suo percorso nelle campagne poste a nord est di Trevignano ove si dirama in diverse “canalette”.
SORGENTI
Le sorgenti di Cornuda sono parecchie, ma tutte di scarsa portata e situate nella zona bassa della collina se non addirittura quasi a fondovalle.
SORGENTE DEL GROSSENT
Durante la prima guerra mondiale la sorgente venne captata dal Genio Militare, chiusa in una "botte" di cemento (lo e tutt'ora).

FONTANA DEL MAGO
C’è poi, proprio all'inizio della Valle di S. Lorenzo, sul sentiero che porta verso via S. Antonio, la sorgente di S. Martino, chiamata volgarmente la fontana del Mago. Essa è l'unica sorgente di Cornuda le cui acque vengono in parte immesse nell'acquedotto comunale. All'acqua di questa sorgente perenne i vecchi cornudesi hanno da tempo immemorabile attribuito delle virtù terapeutiche, non ultima quella della longevità.
SORGENTE DELLA TITTI
Più avanti ancora, sempre nella valle di S. Lorenzo, c’è la sorgente della Titti, così chiamata a ricordo di una bambina di questo nome, vittima di una caduta mortale mentre, nelle vicinanze, coglieva ciclamini. L'acqua di questa sorgente è stata sempre ritenuta "pesante" dai Cornudesi, che si guardavano. bene dal berla quando erano sudati.

SORGENTE FIORINOTTO
Ai piedi della Rocca, poco più avanti della chiesetta di S. Vittore scaturisce poi la sorgente Fiorinotto, che rifornisce di acqua un caratteristico lavatoio retaggio dei tempi passati.

SORGENTE SERENISSIMA
A Cornuda c’è pure una sorgente di acqua minerale. La ragione della presenza nelle nostre colline di acque minerali risiede nella natura geologica del suolo, costituito in prevalenza da rocce calcaree facilmente solubili per cui l'acqua, dopo un percorso interno più o meno lungo, esce alla luce mineralizzata. È il caso della sorgente Serenissima che si trova nelle vicinanze del Biancospino. L'acqua, che vede la luce in galleria, sgorga limpidissima in un ambiente quasi asettico e assai ben curato, con una portata di un litro al secondo. Prima che la sorgente fosse recintata, molta gente veniva a prendersi il prezioso liquido persino da Montebelluna e Treviso.
TOPONIMO (cornua, crocicchio ecc.)
Il nome “Cornuda”, appare per la prima volta nella storia in un documento che risale al 790 d.C., a proposito di prestazioni dovute ad un piccolo monastero esistente a Casier dei santi Pietro e Teonisto.
Il toponimo del nome “Cornuda” è d'origine controversa e sarebbe da collegarsi ad una particolarità del territorio: secondo alcuni deriverebbe dal latino “cornua” (corna, estremità) e farebbe allusione alla posizione, all'estremo limite orientale della zona centuriata; secondo altri si legherebbe all'esistenza delle due colline (il Sulder e la Rocca) che avrebbero delimitato il primo insediamento, simili, nell'immaginario popolare, a due corna ("cornuta"); altri, infine, intendono Cornuda come alterazione di un termine indicante "strada tagliata" o "crocicchio" e lo mettono in relazione alla presenza di due importanti vie, la Piovega e la strada che ancora oggi giunge fino a Feltre. Da non dimentica poi la circostanza secondo la quale il nome del paese anticamente fosse diverso e che si chiamasse Pieve Altina.

UN PO’ DI STORIA
La presenza dell'uomo a Cornuda risale all'epoca preistorica, come attestano i reperti venuti alla luce nella Valle di San Lorenzo ed il materiale litico che riaffiora un po' ovunque. Questa è la valle in cui si sarebbe avuto un primo insediamento nel territorio di Cornuda. Qui tra l’altro anche i luoghi della antichissima chiesa parrocchiale di S. Lorenzo risalente al IV secolo.

Sepolte dalla vegetazione, si nascondono numerose le tracce di una agricoltura primitiva praticata dagli abitanti dei primi insediamenti umani. Qui si trova l'antica chiesa di S. Lorenzo la cui presenza è segnalata da un cartello e le cui mura crollate giacciono in grossi cumuli, nascoste dalla vegetazione. Si ha inoltre notizia di ritrovamenti avvenuti durante lavori di scavo condotti verso la fine del secolo XIX (quelli compiuti per l'edificazione della Filanda, nel 1881), che fanno ipotizzare l'esistenza in loco di un importante centro paleoveneto prima e romano poi.
I PALEOVENETI
La cosiddetta età del ferro (IX sec. a.C. - II sec a.C.) si fa coincidere nel territorio cornudese con la cultura Paleoveneta. Agli Euganei subentrarono, verso il 1000 a.C. nel territorio i Paleoveneti o Veneti antichi. Questo popolo proveniva da oriente e quasi tutti gli scrittori antichi, come Erodoto, Polibio, Plinio e Livio sono d'accordo sulla loro terra d'origine, l’Illiria e la penisola Balcanica (Ex Jugoslavia - Bulgaria). Stanziatisi nella nostra regione tra il Livenza a Est e l'Adige a Ovest, essi occuparono praticamente tutta la pianura costringendo gli abitanti precedenti a ritirarsi verso le montagne. Dalla lettura dei reperti archeologici la cultura paleoveneta emerge sostanzialmente unitaria, ben differenziata dalle altre culture dell'Italia protostorica. Come sottolinea la Fogolari, "sono espressioni di unità molti aspetti della produzione materiale, l'uso quasi esclusivo delle cremazioni, le forti credenze religiose attestate dalle molteplici stipi votive che indicano luoghi di culto, le manifestazioni artistiche. Lo sono ancora le modalità di popolamento, lo strutturarsi in nuclei proto urbani ed urbani, l'allevamento del bestiame, la coltura dei campi, le fogge del vestire, le armature dei guerrieri. Lo è infine l'unità linguistica documentata dalle iscrizioni venetiche, presenti a partire dal IV sec. a.C.". Mancano precise indicazioni circa l'organizzazione politica di questo popolo, poiché la distruzione dei loro villaggi ha privato gli studiosi di ogni documentazione in questo senso. È comunque accertato lo spirito pacifista dei Paleoveneti la cui struttura militare era intesa in senso esclusivamente difensivo. La dimostrazione più evidente in questo senso è offerta dalla sua pacifica fusione con il mondo romano, avvenuta tra il II° e il I° secolo a.C. e dall'essere stata l'agricoltura l'attività economica principale (Omero parla dei Veneti come famosi allevatori di cavalli). Limitatamente al nostro territorio, nella fascia pedemontana fra il Piave e il Brenta, il centro più significativo è senza dubbio Montebelluna, che si può considerare il terzo in ordine d'importanza, dopo Este e Padova, della cultura paleoveneta. La testimonianza della presenza paleoveneta a Cornuda è documentata dai ritrovamenti di Enzo Scotti e da uno studio pubblicato dal Prof. Giuseppe Corso. Si tratta di quattro fibule e di un braccialetto venuti alla luce in seguito ad aratura (1982).
I ROMANI
La fondazione di Aquileia nel 181 a.C. iniziò quel lungo processo di progressiva fusione tra indigeni e romani che rappresentò una graduale e pacifica romanizzazione del territorio Veneto. La colonia romana di Aquileia doveva in qualche modo garantire i confini orientali dalle incursioni dei popoli barbari. In questo contesto storico-geografico, nel quale importanti erano le esigenze difensive, va collocata l'apertura della Via Postumia nel 148 a.C. che deve il nome al suo ideatore e promotore il Console Spurio Postumio Albino. Nel corso del II secolo a.C. venne completata anche la via Aurelia che collegava Asolo con Padova. Queste due strade che si intersecavano ortogonalmente tra di loro costituirono gli assi portanti dell'agro (campagna), facente capo amministrativamente ad Acelum (Asolo). Durante il II° secolo a.C. i nostri territori conoscono la prima vera grande opera di pianificazione agraria, meglio conosciuta come centuriazione. Le superfici agricole venivano trasformate in superfici regolari, delimitate da linee parallele, fra loro perpendicolari, che, a distanze fisse, si incrociavano ad angolo retto. Queste aree, perfettamente quadrate, denominate centuriae erano costituite da un reticolo di Cardines (linee con direzione circa nord-sud) incrociate con Decumani (linee con direzione circa est- ovest).
I BARBARI
I Visigoti (401 d.C.)
La prima ondata di barbari fu quella dei Visigoti (o Goti dell'ovest) guidati da Alarico sotto la spinta degli Unni, degli Ostrogoti (o Goti dell'est) e degli Alani. Aquileia fu assediata e saccheggiata e se non abbiamo notizie certe che questi barbari giunsero a Cornuda, tuttavia sia ad Asolo come nell'Asolano sono state rinvenute con una certa frequenza alcune medagliette d'argento col nome di Alarico, re dei Visigoti. Il Veneto di allora, sebbene depredato, continua ad essere governato dall'imperatore Onorio, che regno dal 395 al 423.
Gli Unni
La seconda invasione barbarica fu quella degli Unni, guidati da Attila, soprannominato il flagello di Dio. Correva l'anno 452 quando le nuove orde assediarono ancora una volta Aquileia impadronendosi della città dopo tre mesi di assedio e saccheggiandola quindi per la seconda volta. La stessa sorte toccò a Concordia, a Oderzo, ad Altino, a Feltre, a Belluno, ad Asolo, a Vicenza e a Verona finché il papa Leone Magno incontrò Attila sul Mincio riuscendo a persuaderlo di ritornare indietro, accontentandosi di un tributo. Anche il territorio di Cornuda fu raggiunto da queste distruzioni, tanto che i poveri cornudesi di allora dovettero rifugiarsi sulle balze del Grappa.
Gli Ostrogoti
Poi nel 489 avvenne la terza invasione barbarica del nostro territorio da parte degli Ostrogoti di Teodorico. Impiegarono tre anni per impadronirsi dell'intera valle del Po e scelsero come loro capitale Ravenna mettendo fine al regno di Odoacre, il re degli Eruli, colui che nel 476 aveva decretato la fine dell'Impero Romano d'Occidente spodestando Rornolo Augustolo. Siccome poi avevano compreso che essi stessi in seguito avrebbero potuto essere attaccati ed eventualmente vinti da nuovi barbari, ecco che gli Ostrogoti si diedero a fortificare il nostro territorio soprattutto allo sbocco delle valli del Brenta e del Piave. Gli Ostrogoti ci hanno lasciato in dote la parola "rovigo". Nei pressi di Covolo e quindi vicino a Cornuda vi è un colmello che ha questo nome.” Rovigo” è un luogo fortificato molto importante "fornito in seguito anche di un castello, capo di una pieve", data la sua posizione strategica. Ma il ritrovamento più importante risale al 23 luglio 1963 in Rocca, quando, durante certi scavi, fu rinvenuta una moneta gotica, che circolava appunto durante il periodo suddetto, il che ci fa ritenere che gli Ostrogoti avevano create in Rocca un loro avamposto fortificato proprio come ai tempi dell'Impero Romano.
I Longobardi
Fu quindi la volta dei Longobardi, cosi chiamati dalla lunga barba che portavano. Tre anni prima del loro arrivo, la peste aveva decimato le nostre popolazioni per cui la loro calata in Italia avvenne quasi senza colpo ferire. Questa massa di barbari iniziò la conquista sistematica non solo dell'Italia settentrionale, ma altresì di tutta la Penisola. I Longobardi, comandati dal loro re Alboino, passarono il Piave a Lovadina e qui il vescovo di Treviso Felice andò loro incontro pregandoli di risparmiare la città, cosa che puntualmente avvenne. In fatto di religione i Longobardi erano cristiani ariani per cui l'organizzazione ecclesiastica del nostro territorio ebbe a soffrire profondamente le conseguenze di una invasione fatta di rovine e di distruzioni quasi completa tanto vero che più del 90% dei monasteri dei nostri paesi scomparve senza lasciare traccia alcuna e segnando la fine di un cumulo di memorie non più rintracciabili. E a Cornuda che cosa rimase del dominio longobardo? A parte il nome del Sulder (il Curt), che il prof. G. Zen di Fonte attribuisce a voce longobarda e alla rocca di Cornuda, che non poteva essere trascurata dai Longobardi come punto strategico di grande importanza nel loro sistema difensivo collinare, che si estendeva da Farra di Soligo a Farra Vicentina, può essere portata come prova del loro passaggio l'antica chiesa pievana di S. Martino, che sorgeva all'inizio della valle di S. Lorenzo e ricordata da papa Eugenio III nella sua bolla del 1152. Era dedicata a S. Martino di Tours, il santo tanto caro ai Longobardi e tutti gli storici sono d'accordo sulla sua fondazione, che risalirebbe all'anno 700.
I Franchi e gli Ungari
Il dominio longobardo durò circa 200 anni fino a quando Carlo Magno, vinto Desiderio, si impadronì prima di Pavia e quindi di Milano prendendo addirittura il titolo di re dei Longobardi (774) e proclamandosi poi imperatore del Sacro Romano Impero (800). Il nostro territorio passò quindi sotto il dominio franco sviluppandosi anche da noi quel complesso di doveri, di diritti, di privilegi e di gerarchie che costituirono il substrato più profondo del feudalesimo. Però la giurisdizione franca, almeno qui nel Veneto, non doveva necessariamente essere molto forte se, poco meno di cento anni dopo, essa non fu capace di arginare le ultime orde barbariche degli Ungari, che si susseguirono ad ogni primavera fin verso il 963, distruggendo fra le altre città anche Asolo e mettendo ripetutamente a sacco il nostro territorio.
LA ROCCA ED IL CASTELLO
Verso la meta del decimo secolo (950) come scrive il Verci "i popoli che sopravanzarono a tante uccisioni, per assicurarsi da quelle fatali incursioni, che ogni anno si rinnovavano con maggiore furore, incominciarono a piantar rocche, torri, castella e fortezze nel piano e nelle colline, che poscia crebbero a tanto numero, specialmente in questa nostra Marca Trevigiana, che, a detta del Muratori, sembrava per così dire una selva". Come era costume di quei tempi, si moltiplicarono allora anche nelle nostre zone i vassalli, infeudati nel nostro caso dal vescovo di Treviso tanto vero che il Comune stesso di Cornuda con atto notarile del 21 gennaio 1169 figurava quale vassallo del suddetto presule trevigiano impegnandosi a pagare "nel giorno di S. Martino un soldo veronese per livello ricevendo in affitto colle (Rocca) e castello". A Cornuda quindi esistevano una rocca e un castello. Ma mentre per la prima non esistono dubbi riguardo alla sua ubicazione, per il secondo è necessario spiegare dove esso sorgesse. Si trattava di un "amenissirno castello" che si trovava sul colle dove oggi ci sono le officine Safi, e precisamente sopra il Ru Bianco. Qui infatti in tempi differenti furono ritrovate tracce di grossi muri (un metro e mezzo di larghezza!), furono rinvenute monete, punte di lancia e di alabarda tanto è vero che le ultime mura cadenti furono fatte abbattere dal governo austriaco nel 1822. Ma la tradizione suffragata anche da una notevole quantità di pietre rotolate a fondovalle ed esistenti tuttora, ci fa presente che anche davanti al Biancospino esistesse una torre chiamata la Spia, la quale fungeva da posto avanzato di vedetta.

Sennonché, osservando attentamente e con l'aiuto di una lente la più antica mappa del nostro territorio, risulta che il castello (o un altro castello) di Cornuda sorgeva proprio qui, mentre del primo, quello sopra il Ru Bianco per intenderci, non vie traccia alcuna nella mappa del nostro anonimo. Come mai? Sappiamo che nel 1338 la repubblica di Venezia ordinò la demolizione di ogni fortezza superstite ed allora può darsi che il castello del Biancospino rimanesse ancora in piedi quale scolta vigile all'uscita della valle del Piave, il che invece non avvenne per il castello sopra il Ru Bianco, che, distrutto dagli Scaligeri nel 1320, non fu più riedificato e che anche se lo fosse stato, sarebbe stato subito dopo certamente abbattuto dalla Serenissima. Anche la bella villa Bolzonello secondo la tradizione sarebbe stata edificata sopra le rovine di un altro castello e, quasi a conferma di ciò, gli attuali proprietari asseriscono che tutta la collina sotto l'attuale palazzo è percorsa da camminamenti e da gallerie rimbombanti.
Prime vicissitudini della Rocca e del castello
I padroni della Rocca venivano designati col nome di Rocchesani o Da Cornuda. Per quanto riguarda invece il castello, la famiglia che lo abitava veniva denominata come "quelli da Colle''. La Rocca assunse una grande importanza tanto è vero che il Comune di Treviso, dopo averla ricevuta dal vescovo nel 1174, la fornì di presidio proprio. Poco dopo ai Trevisani subentrò la signoria di Ezzelino il Monaco e da questi la Rocca passò in eredità ad Alberico, fratello del famoso Ezzelino da Romano, il quale, nel 1230 con un colpo di mano se ne impadronì, chiudendo e murando nelle prigioni del castello i 4 nobili fratelli Vado, dopo aver gettato le chiavi "nel sottostante Ru Bianco". Questi morirono di fame e "i paesani (leggi cornudesi) credettero lungo tempo vederne le larve vagolar lungo il castello chiedendo ancora pane, pane, pane e rosicchiar il muschio e l'edere delle brune muraglie'' (Verci). Una così crudele impresa provocò addirittura le proteste di papa Gregorio IX, il quale, pena la scomunica, pretese l'immediata restituzione del castello e delle terre usurpate al legittimo proprietario, il che puntualmente avvenne. Ma nel 1234 Ezzelino, malgrado le diffide papali, rioccupò il castello, tenendolo fino al 1251, anno in cui fu restituito per la seconda volta ad Alberico. Morto Ezzelino e trucidato con tutti i suoi familiari il fratello Alberico, la Rocca ritornò al suo primo proprietario, il vescovo di Treviso. Quindi nel 1271, essa passò in proprietà del Comune di Treviso mediante permuta col castello di Grion (Trebaseleghe).
Curiosità
Vale qui la pena di ricordare le battute di caccia alle quali Ezzelino da Romano invitò più volte l'imperatore di Germania Federico II e la sua consorte. Esse si svolgevano lungo il margine del bosco Montello sulle grave tra Ciano e Nervesa e la maggior soddisfazione che traevano consisteva nel cacciare i buoi selvatici, che si trovavano nella fitta boscaglia oppure a catturare cervi e cinghiali.
La distruzione e la ricostruzione della Rocca di Cornuda
Ben presto però la Rocca e la stessa Cornuda si trovarono nel mezzo della lotta tra due potenti famiglie trevigiane: quella dei Castelli e quella dei Da Camino. Col trionfo dei secondi, ecco allora che il paese, tenuto da Bonifacio Castelli, fu raso al suolo, salvo la Rocca, consegnata in ostaggio al Vescovo di Feltre, improvvisatosi paciere, ma siccome i Castelli avevano rotto la tregua, ecco che anche la Rocca fu distrutta e riedificata soltanto verso la fine del 1200 unitamente al paese. Alla fine poi la rocca venne persino fortificata e presidiata da 12 uomini e due capitani con l’obbligo per questi ultimi di versare una somma a garanzia della loro fedeltà.
Francesco da Muliparte e Cortesino da Strasso
Ed eccoci al 1317, anno in cui gli Scaligeri, dopo essersi impadroniti di Asolo, attaccarono subito dopo la Rocca di Cornuda, difesa dai due capitani Cortesino da Strasso e Francesco da Muliparte con 400 giovani trevigiani. Si trattò, per quei tempi, di una difesa memorabile. Ma lasciamo al Bonifacio la descrizione del glorioso fatto d'arme: "Essendo della Rocca e del castello di Cornuda capitano Cortesino da Strasso insieme con Francesco Muliparte con 400 soldati sotto di loro, fu Francesco dagli Scaligeri morto e poi Cortesino, con gran numero di cavalli e di fanti da Cane combattuto, valorosamente fece resistenza; e quantunque restasse nella zuffa ferito, conservò nondimeno la fortezza, scacciò i nemici e restò vincitore e l'avrebbe di continue mantenuta se molti fuoriusciti trevigiani non si fossero accostati a Cane. Il quale perciò, fatto più ardito, ritornato di nuovo all'espugnazione di Cornuda, con maggior numero di genti, seguita nuova pugna con dubbiosa fortuna, e comune strage d'ambedue le parti, prevalse alfine la forza del molto numero delle genti scaligere al valore de' pochi Trevigiani, i quali restarono tutti morti, fuorché cinquanta, che insieme con Cortesino da Strasso andarono prigionieri in mano dello Scaligero. Il quale, impadronitosi di questo Castello e di questa Rocca, pose a Cortesino taglia di quindicimila ducati, i quali essendo da poi stati pagati da suoi parenti per la sua recuperazione, perciò la 'famiglia di Strasso diminuì molto le sue facoltà ed acciocché queste fortezze non gli fossero da' Trevigiani ritolte, fece ruinare il Castello di Colle, ch'era posto sopra un monticello di tal nome e la Rocca di Cornuda, ch'era fabbricata sopra un altro colle più eminente... " Rocca e castello quindi vennero distrutti e mai più riedificati anche perché nel 1338 la Serenissima, divenuta padrona incontrastata della Pedemontana, vi ordinava la demolizione di ogni fortezza superstite. L'anno seguente Cornuda entrava così a far parte della podesteria asolana sotto il governo della Repubblica di Venezia.
VENEZIA E LA SUA ORGANIZZAZIONE TERRITORIALE
Il territorio Trevigiano era allora diviso in reggimenti (circoscrizioni) tra i quali quello di Asolo a cui Cornuda apparteneva, governati da un podestà (patrizio veneto) che rimaneva in carica sedici mesi. Alla fine del suo mandato, il podestà aveva l'obbligo di presentare una relazione amministrativa che fornisse un quadro completo della situazione del reggimento da lui governato. I rappresentanti dei borghi erano i merighi, eletti da assemblee popolari dei vari villaggi (ville o paesi). Essi avevano l'obbligo di prestare giuramento al podestà e di abitare in permanenza nella villa dove risultavano eletti.
DAL 1350 AL 1700
Fortunatamente il resto del 1300 ed anche il secolo seguente trascorsero in un clima di pace, interrotto soltanto nel 1413 dal rapido passaggio delle truppe guidate da Pipo Spano, dirette all’espugnazione del castello di Quero e dalla peste, che infierì nel 1474 "tanto fiera che la più parte dei popolani mori".
Ed eccoci al 1500, secolo che potremmo chiamare della Belle époque per Cornuda, con una fioritura di opere pubbliche e private, con mercati, fiere e feste a getto continuo, dallo scavo della Brentella (1507) ecc.
L'unica parentesi tragica del secolo per il nostro territorio si ebbe però nel 1509 dopo la sconfitta veneziana di Agnadello da parte degli eserciti della lega di Cambrai. Narrano le cronache che per tutto quell'anno la Marca Trevigiana venne sottoposta ad ogni sorta di devastazioni e di violenze.
Poi nel 1630 arrivò la peste e nel 1695 il famoso terremoto a proposito del quale "si ebbero case molto diroccate et parte rese inabitabili, pochissime senza offesa e chiesa e campanile malconci da far pietà" tanto da dover ricorrere al Serenissimo Principe (Repubblica di Venezia) invocando il permesso di usufruire, per le riparazioni, delle "herbe et legni dolci abbondanti nei 346 campi parte boschivi e parte prativi nel bosco di Fagarè".
Il 1700
Non presenta avvenimenti di una certa importanza e bisogna arrivare al 1796 per incontrare l'invasione francese, che pretendeva, rubando e razziando, di portare anche nei nostri paesi la libertà, la fraternità e l'uguaglianza: "88 Ditte danneggiate; devastazione dell'Osteria per £ 4825; bruciato il porcil a Pietro Piazzotto". Così dopo quasi mille anni di vita, cadeva la Repubblica Veneta, per opera di Napoleone Bonaparte (1797).
NAPOLEONE
Pochi sanno che Napoleone durante la prima Campagna d'Italia nel 1797 passò anche per Cornuda. Secondo il Brentari egli avrebbe dormito ad Asolo la notte tra il 10 e l’11 marzo e poiché non esistevano altre strade per proseguire o meglio per inseguire l'esercito austriaco in ritirata verso il Friuli, l'attraversamento di Cornuda era quasi inevitabile per chi avesse voluto poi passare il Piave nella parte più alta della pianura.
A Cornuda era rimasta la leggenda che il grande condottiero avesse addirittura gustato il famoso liquore cornudese, il Curacao, riportandone un lusinghiero ricordo, ma che Napoleone avesse pernottato nel nostro Comune, nessuno se lo ricordava e nessuno quindi ce lo aveva tramandato. Oggi però a due secoli di distanza si è fatta piena luce su questo passaggio, che gli Asolani hanno voluto ricordare con una lapide sulla facciata del palazzo Pasquali.
Dalla Correspondance (lettere che il Generale scriveva giornalmente al Direttorio parigino) veniamo a sapere che egli si trovava ad Asolo l’11 marzo 1797. Il giorno 12 marzo Napoleone era quindi a Cornuda riposando poi la notte tra il 12 e il 13 marzo a Ciano di Cornuda.
Ma perché proprio a Ciano e non in qualche villa del Centro? La risposta non è difficile: siccome il suo esercito doveva passare il Piave, il Generale aveva bisogno di visionare in prima persona il passaggio del fiume o tutt'al più di trovarsi vicino ad esso. In quel breve soggiorno nella villa Morello Napoleone mise in mostra un lato del suo carattere assai diverso da quello che abitualmente dimostrava di possedere. Avendo saputo infatti che durante la notte, nella villa in cui alloggiava, una giovane donna della famiglia era stata colpita dalle doglie del parto, non solo mandò il suo medico personale perché l'assistesse, ma il giorno dopo prosegui la sua marcia vittoriosa, lasciandolo al capezzale della puerpera: un gesto quasi incredibile per chi era o mostrava di essere freddo ed impassibile anche di fronte al supremo sacrificio di migliaia di soldati.
Sembra infine che un certo signor Moretto del paese abbia seguito l'esercito di Napoleone come tamburino. Si spiegherebbe allora il fatto come a Ciano e nei paesi vicini esista ancora oggi un ramo di questa famiglia avente il soprannome di "Tamburin" quasi per ricordare il curioso arruolamento dell'avo.
Due altri Cornudesi fecero parte dell'esercito napoleonico nel 1812 durante la campagna di Russia giungendo fino a Mosca. Di essi sappiamo soltanto i loro cognomi: un Polo e uno Spagnolo.
LA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
A partire dai primi decenni dell’800 il sistema economico sociale europeo incominciò a modificarsi grazie a quel processo di trasformazione radicale che prese il nome di industrializzazione. Il centro propulsivo da cui tale processo si irradiò su tutto il continente era costituito dall'Inghilterra, dove già nella seconda meta del XVIII secolo si era avviato un mutamento nella produzione manifatturiera, che aveva sostituito i tradizionali metodi artigianali di produzione con l'introduzione del "sistema fabbrica", basato sulle macchine e sulla divisione del lavoro. Il settore produttivo che funzionò da elemento trainante fu anche nel Lombardo-Veneto, l'industria tessile, grazie all'invenzione di nuove macchine che meccanizzarono l'intero ciclo produttivo e grazie all'introduzione del vapore come forza motrice. Quando verso la metà dell'Ottocento l'energia a vapore cominciò ad essere applicata anche ai trasporti marittimi e terrestri, l'industria meccanica e i trasporti diventarono nuovi settori trainanti dello sviluppo industriale. Durante questo periodo la scienza viene applicata alla tecnologia in una misura prima inimmaginabile, ma al tempo stesso i contrasti politici e sociali si approfondiscono e si allargano. Così, alla formazione di una classe di capitalisti industriali, corrispose la formazione di una nuova e vasta classe di operai salariati che in cambio di un salario, offrivano l'unico bene di cui disponevano: la loro capacità lavorativa. Poiché era preciso interesse degli industriali pagare il meno possibile il lavoro operaio, l'industria cominciò ben presto a impiegare nelle fabbriche donne e fanciulli, che offrivano il vantaggio di essere pagati di meno degli uomini adulti. Il Veneto, anche se ebbe ritmi di sviluppo industriali più ristretti rispetto alla vicina Lombardia, vide una certa affermazione produttiva il settore della lana e della seta.
IL PERIODO LOMBARDO-VENETO
Nel giugno 1814 Veneto e Lombardia furono annessi all'Impero austriaco. Gli anni che seguirono dal 1814 al 1818 furono caratterizzati da mancanza di sviluppo nel settore industriale e in campo agricolo da cattivi raccolti e carestia. Di conseguenza aumentarono i morti per pellagra (malattia endemica per tutto il secolo XIX che colpiva le popolazioni contadine più povere costrette a nutrirsi quasi esclusivamente di mais); colera e vaiolo erano tutt'altro che infrequenti per le pessime condizioni igieniche di vita. La miseria crescente era aggravata anche dalla mancanza quasi totale di infrastrutture urbane e di strade. Il governo austriaco in tale situazione disastrosa si impegnò subito ad un risanamento, attenuò la pressione fiscale e somme notevoli di denaro furono utilizzate per aiutare i poveri ed incoraggiare l'iniziativa privata. Superata la crisi iniziale, nonostante i notevoli stanziamenti nella costruzione di case e scuole, il Lombardo-Veneto fu oggetto di un surplus sempre più crescente di tasse. In media gli austriaci ricavavano dall'Italia settentrionale da 1/4 a 1/3 delle entrate totali dell'Impero. In un clima di malcontento sociale, l'ondata di fervore rivoluzionario, che nei primi mesi del 1848 spazzò l’Europa, fu il fattore decisivo nel trasformare le aspirazioni dei patrioti in una rivoluzione nazionale. Durante il '48 (prima guerra d'indipendenza) il nostro paese entrò a far parte della storia ufficiale con la Battaglia di Cornuda del 8-9 maggio 1848.
La Battaglia di Cornuda, il primo combattimento per l’unità d’Italia
La battaglia di Cornuda dell'8-9 maggio 1848 fu il primo evento bellico avvenuto durante la prima guerra di indipendenza. Oppose una legione dell'esercito pontificio rinforzata da numerosi volontari agli ordini del generale Ferrari e l'esercito austriaco guidato dal generale Nugent. Il combattimento di Cornuda è da considerare il primo conflitto in cui si combatté in nome dell'Italia, essendo il contingente italiano costituito esclusivamente da patrioti arruolatisi come volontari e soldati regolari che, sempre per scelta patriottica, si posero al di fuori dell'esercito pontificio, decidendo di non obbedire all'ordine papale di disimpegnarsi dal conflitto e rientrare nelle province pontificie. Durante le Cinque giornate di Milano, il governo pontificio, sull'esempio del Granduca di Toscana e del Re di Napoli inviò al fronte un corpo di soldati regolari comandati dal generale Giovanni Durando (1804-1869), fratello del generale Giacomo Durando, insieme ad un gruppo di volontari comandati dal generale Andrea Ferrari e comprendente il Battaglione Universitario Romano.

Lo Stato Pontificio si trovò di fatto impegnato in una guerra contro l'Austria per l'indipendenza italiana. Ma il 13 aprile 1848 una speciale commissione cardinalizia impose lo sganciamento del Papa dal movimento patriottico italiano. Pio IX con l'allocuzione "Non semel" fatta al Concistoro dei cardinali del 29 aprile 1848, mise in evidenza le motivazioni della posizione del Papa, che come capo della Chiesa universale ed allo stesso tempo capo di uno Stato italiano, non poteva mettersi in guerra contro un legittimo regno. Il pontefice annunciò quindi il ritiro delle truppe regolari comandate dal generale Durando. Le truppe regolari pontificie, al comando del generale Durando, e quelle volontarie, guidate dal generale Andrea Ferrari, rifiutarono di seguire l'implicito ordine del Pontefice di ritirarsi e si unirono alle truppe combattenti, contro l'Austria nella prima guerra di indipendenza. L'evento si svolse a nordovest di Cornuda, in una zona collinare sulla riva destra del Piave. L'esercito austriaco era partito da Vienna alla volta di Venezia dove era stata istituita la Repubblica di San Marco. I primi scontri si ebbero già a Pederobba e a Onigo, ma i tentativi da parte dei bersaglieri del Po e dei volontari cadorini di fermare l'avanzata Austriaca furono vani. Nel tardo pomeriggio dell'8 maggio gli schieramenti si attestarono sulle rive del torrente Nasson, dove gli italiani, al comando del generale Ferrari, furono raggiunti dal grosso dell'esercito pontificio. Verso le 19 gli Austriaci riuscirono a passare dall'altra parte del fiume e ad impadronirsi di due colline, ma furono presto ricacciati. La battaglia riprese la mattina seguente. Subito gli Italiani si trovarono in difficoltà e dovettero indietreggiare di 500 metri. Nel frattempo, il generale Durando avvertì Ferrari che le sue truppe erano in marcia e sarebbero giunte in aiuto il prima possibile. Verso le 18 Durando non era ancora arrivato e Ferrari decise di ripiegare verso Treviso. Gli Austriaci diedero il tempo ai nemici di ritirarsi, quindi occuparono Cornuda. Intanto il governo provvisorio veneziano di Daniele Manin e Nicolò Tommaseo seppe resistere all'Austria fino al 2 agosto 1849. Dopo il fallimento dei moti rivoluzionari e dei governi provvisori repubblicani, si fece sentire in tutto il Veneto la reazione e repressione austriaca. Nel 1859 la seconda guerra d'indipendenza, abilmente provocata dalla politica del Cavour vide gli eserciti francesi e piemontesi sconfiggere gli austriaci a Magenta, Solferino e S. Martino (1859). Con il trattato di Villafranca tra Napoleone III e l'Austria venne sancita la fine del Lombardo-Veneto dato che la Lombardia era ceduta al Piemonte mentre il Veneto rimase austriaco ancora per pochi anni. Nel 1866 con la terza guerra d'indipendenza il Regno d'Italia scese in campo accanto ai prussiani contro l'Austria. Benché l'esercito italiano fosse sconfitto a Custoza e nella battaglia navale di Lissa, l'esercito austriaco venne duramente sconfitto dalle truppe prussiane: così, negli accordi di pace che seguirono, il Veneto fu annesso al Regno d'Italia.
LA GRANDE EMIGRAZIONE
Dopo l'unificazione del Veneto al Regno d'Italia (1866), inizia nel nostro territorio un lungo periodo di recessione industriale e l'aggravarsi della crisi agraria. Sul piano sociale si ha un aggravarsi delle condizioni di vita degli operai e dei contadini. La sottoccupazione, la miseria e la fame sono le cause principali che hanno favorito l'esodo delle classi rurali dal Veneto come da altre regioni. Si emigrava con la famiglia, partivano interi borghi, colmelli, quartieri di paesi con il cappellano, con le campane e con tutto quello che si poteva caricare sul bastimento e si cantava:
“Andaremo in 'merica in tel bel Brasil e qua i nostri siori lavorarà la tera col badil”
Nel Veneto tra il 1876 e il 1901 si ha un flusso emigratorio spaventoso, pari a un terzo del flusso emigratorio nazionale. In questo periodo è stato calcolato un movimento complessivo di 1.904.719 emigrati su un totale di 5.794.546 del Regno d'Italia. Solo nella nostra provincia è stato valutato un movimento ufficiale di 156.907 persone.
LA PRIMA GUERRA MONDIALE
Parlare della 1^ guerra mondiale e delle sue conseguenze per il paese di Cornuda, vuol dire parlare di un martirio durato 12 mesi, che ha provocato la sua quasi totale distruzione. Basti pensare per esempio alla topografia del centro storico, che ha visto addirittura cambiato il posto della chiesa e del campanile, ed alla via Matteotti, che non appare più quella rispetto alle fotografie dell'anteguerra. Soltanto la frazione della Valle ha potuto salvarsi un po' dall'uragano delle granate austriache, data la sua posizione protetta dalle colline, ma non è raro il caso che qualcuno trovi anche al giorno d'oggi proprio alla Valle, resti di proiettili, di spolette, di ossa di cavallo unitamente alle schegge, che ne hanno provocato la morte. Cornuda in quell'anno tra l'ottobre del '17 (dopo la ritirata di Caporetto) e l'ottobre '18 brulicava di soldati di ogni arma e grado dagli artiglieri ai fanti, dai genieri ai bersaglieri e così via.
Anche i cornudesi quindi dovettero precipitosamente abbandonare le loro case e andare per due anni profughi. La storia anomala del profugato cornudese merita quindi di essere conosciuta anche perché intimamente legata alla gloriosa resistenza sul Piave.
Il fronte a Caporetto era stato rotto il 24 ottobre 1917, qualche giorno dopo era stata conquistata da parte degli Austriaci la città di Udine e tutto faceva prevedere che la tragica ritirata si sarebbe conclusa sul Mincio o sul Po nell'eventualità che la linea del Piave non "tenesse".
A Cornuda i profughi della sinistra Piave e del Feltrino avevano iniziato ad arrivare già il 3 novembre. Negli stessi giorni arrivava anche una Divisione di nostri soldati i quali avevano cominciato a scavare trincee, a preparare nidi di mitragliatrici, a tendere filo spinato ecc... Il generale comandante, che risiedeva nella casa Pizzolotto (attuale Caberlotto) e che non faceva misteri all'allora arciprete don Goggi che una grossa battaglia poteva aver luogo ai piedi della Rocca (la quale avrebbe permesso al nemico di sfondare verso Bassano isolando il massiccio del Grappa) "consigliava" lo sgombero immediato del paese verso la zona di Castelfranco-Cittadella dopo di che, diceva lui i cornudesi avrebbero potuto rientrare.
Nel frattempo i soldati italiani, insediati a Cornuda, si mostravano arroganti e pretendevano ipso facto lo sgombero del paese e libere interamente le case, ma gli ordini in tal senso delle autorità militari non erano ancora arrivati. Dove non si riusciva ad ottenere lo sgombero immediato, si perpetrava la requisizione più radicale e dove la requisizione giungeva troppo in ritardo, per spirito di vandalismo, si uccidevano addirittura gli animali nelle case dei contadini alla presenza degli stessi proprietari, minacciati di morte se avessero "parlato".
Fortunatamente questo stato di cose duro poco e nel giro di qualche giorno fu imposta la disciplina più ferrea. L'arciprete don Goggi ed il sindaco dott. Antonio Serena (che morirà profugo a Montebelluna) invitarono allora la popolazione a fermarsi e a tenere occupate le case pur sotto tante minacce finché non fossero state impartite precise disposizioni militari. Queste però tardarono ad arrivare ed allora fu seguito il consiglio del Generale di Divisione ed il triste esodo a piedi. Sotto la pioggia incominciò e terminò l'8 novembre lasciando nelle case soltanto gli ammalati intrasportabili (recuperati dopo due giorni dai camion militari).
La chiesa Arcipretale, chiusa già il giorno 5, fu provvisoriamente aperta la mattina del 9 per il funerale di un bambino ed allora un reparto di soldati, che bivaccavano sotto la pioggia torrenziale, chiese all'arciprete il permesso di ricoverarsi dentro. Don Goggi non poté rifiutare il consenso, ma al suo ritorno dal funerale, trovò i soldati, che, dopo aver scassinato le cassette delle elemosine, stavano forzando la porticina del tabernacolo col calcio del fucile; allora, con l'aiuto di un cappellano militare, la chiesa fu sgomberata e di nuovo chiusa. Ad eccezione di qualche famiglia, Cornuda era ormai un deserto. L'ultima Messa fu celebrata da don Goggi l'11 novembre, festa di S. Martino, senza popolo, e senza sacrestano. Neanche a farlo apposta l'artiglieria austriaca cominciò allora a sparare sulla chiesa e fu proprio durante quell'ultima Messa che le invetriate caddero tutte infrante. Poi, ironia della sorte, in quello stesso giorno arrivò l'ordine ufficiale di sgombero con la popolazione ormai... sgomberata! La notte seguente fu una notte d'inferno: granate dappertutto: il prologo di un martirio che sarebbe durato un anno. Intanto i Cornudesi profughi avevano trovato ospitalità ad Altivole, a S. Vito d'Altivole, a Riese, Galliera, Caselle ecc. Mentre i più fortunati (o i più ricchi) si erano recati presso parenti o conoscenti a Milano, a Torino, a Firenze ecc... La confusione era enorme anche perché i profughi erano venuti via da Cornuda sprovvisti quasi di tutto. Non c'era da meravigliarsi quindi se molti, specie di notte, ritornavano nel nostro paese attraverso i campi per recuperare qualcosa. La situazione era tragica. Ai bombardamenti continui si dovevano aggiungere le ruberie e lo sperpero vergognoso di tanti beni da parte dei nostri soldati. In qualche mese tutto fu saccheggiato, tutto fu distrutto. Anche la chiesa della Rocca fu semidistrutta assieme all'annessa casa del Rettore.
Il santuario della Madonna di Rocca, che sorgeva su una posizione ideate per l’osservazione, fu per 12 mesi costantemente bombardalo dall’artiglieria nemica. Rimase in piedi il solo campanile, che era stato costruito 8 anni prima mentre la chiesa fu semi distrutta. Completamente distrutte furono invece la sacrestia, la canonica e la sala dei pellegrini. A guerra finita, cosi mons. Goggi arciprete di Cornuda, scriveva al Vescovo:” Non trovo una sola casa che possa dirsi abitabile, i pochissimi ritornati si sono rifugiati, come possono, in qualunque cantuccio un po' riparato dalle intemperie”.
La bella chiesa, nella sua massima parte, è distrutta: i tronconi risparmiati sono tutti sforacchiati e pericolanti... il campanile è raso al suolo... la casa canonica si regge in piedi sui soli muri perimetrali...". Tutto si doveva ricostruire: ii municipio, la chiesa, le scuole, le case e le strade.
Ma prima di partire profugo con la popolazione, Don Goggi aveva nascosto nella soffitta della chiesa arredi e oggetti sacri difficilmente trasportabili. Tutto andò distrutto compreso l'archivio parrocchiale in canonica.
IL PRIMO DOPOGUERRA
Anche l'immediato dopoguerra fu tragico, perché l'annata agricola del 1919 fu disastrosa. E mentre i primi Cornudesi si aggiravano come fantasmi in mezzo ai mucchi di macerie, ecco che (sono le parole del cronista dell'epoca) mestatori e faccendieri politici tormentarono il nostro paese e i paesi circonvicini con un crescendo così spaventoso da "dare l'impressione prossima di una piccola repubblica su cui si volesse fissare il seggio di un dittatore czarista!" Parole profetiche! Guerriglia civile dunque, sostenuta da lunghe conferenze e comizi dai balconi della piazza senza nessun rispetto per le idee e la libertà altrui. Fu in questo clima che nel centro stesso di Cornuda si aprì una di quelle case di tolleranza, che la legge italiana permetteva soprattutto nei grossi centri urbani. Pare che sorgesse dove si trova attualmente il forno di piazza Marconi pero sotto il palliativo di uno spaccio di vini e liquori.
LA SECONDA GUERRA MONDIALE
A questo punto si dovrebbe parlare del secondo conflitto mondiale, che portò anche a Cornuda tanti lutti e rovine. La lapide in piazza Marconi, che ricorda l'impiccagione avvenuta lì il 25 settembre 1944 di due giovani partigiani (come d'altra parte il monumentino di piazza Giovanni e la targa ricordo sul palo davanti alla stazione) deve farci riflettere e deve essere un monito per le nuove generazioni affinché certe cose non succedano e non si ripetano piu.
Iniziamo quindi il nostro viaggio! Punto di partenza è la chiesa Arcipretale di Cornuda.
CHIESE DI CORNUDA
La storia della Chiesa di Cornuda è molto interessante: 4 chiese madri, 5 campanili tutti costruiti in epoche e luoghi diversi, sono un record difficilmente uguagliato in altri paesi fuori della diocesi di Treviso. E tutto questo senza contare 4 oratori o chiese campestri (S. Stefano, S. Lucia, S. Vettore, S. Rocco), due delle quali sono ancora esistenti (S. Rocco ha oltre 500 anni e S. Vittore quasi 1000 anni). E poi la Rocca di Cornuda, ove storia civile e religiosa si fondano. Rispetto alle altre regioni d'Italia, la penetrazione della religione cristiana nel Veneto e quindi anche a Cornuda fu piuttosto tardiva, perché la evangelizzazione veniva dal sud e doveva superare da una parte l'Appennino e dall'altra il mare Adriatico. A detta degli storici, la prima città veneta ad essere evangelizzata fu Aquileia, centro commerciale e strategico di primaria importanza nel III secolo e successivamente Padova. Poi da queste due città il cristianesimo si irradiò grazie alla rete viaria romana e Cornuda fu senza ombra di dubbio uno dei primi centri dove arrivò la nuova religione. Ma quando? Ad Asolo ed in altri paesi dell'Asolano esiste solo la tradizione che a portare il Vangelo sia stato S. Prosdocimo, discepolo di S. Pietro. A Cornuda invece (come pure a S. Eulalia, vicino a Crespano) parlano i reperti venuti alla luce nel 1931 quando in Rocca fu rinvenuta la lucerna in bronzo con croce e colomba mentre altre lucerne consimili furono ritrovate in altrettante tombe a cavallo della collina verso Castelli. Tali reperti risalgono agli inizi del IV secolo per cui la prima comunità ecclesiale del nostro paese si può far risalire senz'altro a quella data. Poi, in un secondo tempo, quando Costantino nel 313 diede la libertà di culto ai cristiani col suo famoso editto, cominciarono a sorgere le prime chiese: due a Cornuda, che furono dedicate a S. Stefano verso Castelli (dove furono ritrovate le tombe nominate prima) e la seconda a S. Lorenzo nel fondovalle. La storia della Chiesa di Cornuda ha dunque un passato illustre, che si perde nel tempo.
SAN LORENZO (IV SECOLO)
La prima chiesa-madre o plebana (avente cioè una sua propria giurisdizione ecclesiastica con diritto di battezzare e seppellire) di Cornuda, è oggi completamente scomparsa. Sorgeva 300-400 metri dopo l'inizio della valle di S. Lorenzo ed era dedicata al Santo omonimo.

Secondo gli storici essa risaliva al quarto secolo. Era molto piccola, e aveva un solo altare ed un piccolo campanile. I lavori compiuti per allargare la strada, che una volta non esisteva (il Ru Bianco serviva anche da strada), hanno permesso di appurare che essa era fornita perfino di un piccolo sagrato mentre subito sotto il muretto a calce venuto alla luce, che lo delimitava, c'era e c'è ancora un praticello di 300 m2: quanto bastava per seppellire i Cornudesi di allora, i quali, in verità, non dovevano essere molto numerosi. La chiesa di S. Lorenzo finì i suoi giorni nel 1578. Don L. Rostirolla nella sua "Cronaca di Nogarè" scrive che ancora nel 1575 i neonati di Nogarè dovevano essere portati al Fonte di Cornuda, che allora era a S. Lorenzo nella valle granda". Sul luogo dove sorgeva la chiesa fu successivamente innalzato un capitello anch'esso attualmente scomparso. Rimane invece ancora visibile ed agibile il sentiero che portava da S. Lorenzo in Rocca passando vicino al monumento ai Caduti, sentiero che fino a non molti anni fa veniva percorso dai fedeli di Cornuda in occasione delle Rogazioni di primavera.
SAN MARTINO (VIII SECOLO)
Passarono gli anni (piu di 300) e la chiesa di S. Lorenzo divenne ad un certo punto troppo piccola per la comunità, che cresceva; cosi proprio all'imbocco di quella valle a cui essa aveva dato il nome, fu costruita verso il 700 la seconda chiesa, piu grande naturalmente della prima e tale da far assurgere Cornuda a sede religiosa di primaria importanza anche nei secoli successivi. Era una chiesa dedicata a S. Martino Vescovo ed in essa confluivano i fedeli di altri paesi come Maser e Muliparte. L'originaria dignità della nostra Pieve resta provata dal fatto che quando i "governanti venivano eletti dai governati" l'arciprete di Cornuda fin dal 1199 interveniva all'elezione del vescovo di Treviso, unitamente al Capitolo della cattedrale e ad altri tre arcipreti (Castelfranco, Mestre, Quinto). Un documento eccezionale con il disegno della chiesa di S. Martino ci mostra come essa era nel 1600. Dal documento si rileva anche l'esistenza del campanile in tutto uguale a quello della chiesa della Rocca, divenuta ormai, dopo il 1381, rocca di pace e non più di guerra.

La chiesa di S. Martino sorgeva nell'area dell'ex Lazzaretto, occupata oggi da un piccolo condominio ed aveva anch'essa attorno a sé il cimitero tanto è vero che anche attualmente nelle vicinanze dell'odierno fabbricato si evita di scavare in profondità per non imbattersi in qualche sgradevole sorpresa. II titolo della chiesa era duplice: di S. Martino e S. Lorenzo poi verso il 1400, vicino all'attuale palazzo municipale, fu costruito un nuovo oratorio o chiesa campestre, dedicato a S. Fosca.
SANTA FOSCA (XV SECOLO)
Tuttavia il trapasso tra la chiesa di S. Martino e quella di S. Fosca (nel corso dei decenni oratorio con successivi lavori diventò una chiesa vera e propria) non fu né breve né indolore. Il cambio della guardia richiese piu di 300 anni. L'oratorio di S. Fosca, fu ben presto ingrandito e cominciò a fare "concorrenza" alla chiesa madre di S. Martino. Questa, a dire il vero, veniva piuttosto trascurata; basti pensare che nel 1550 se ne erano vendute le tegole del tetto, conservando solo un uomo che "suonasse la campana nella minaccia di temporale". La gente di Cornuda si divise allora in due fazioni: chi parteggiava per S. Martino e chi per S. Fosca. E su questo non si scherzava affatto, tanto è vero che il vescovo di Treviso dovette ripetutamente intervenire per sedare gli animi. Nessuno però cedeva. Si arrivò persino a dei compromessi: i battesimi e i funerali in S. Martino, le altre funzioni in S. Fosca! La confusione si conservò ancora per parecchi decenni raggiungendo il colmo quando nel 1492 le campane di S. Martino furono trasportate nel campanile di S. Fosca. Poi nel 1564 l'autorità ecclesiastica diocesana riconobbe la nuova chiesa come con parrocchiale riconoscendole, pro bono pacis, il triplice titolo di S. Lorenzo, S. Martino e S. Fosca. In seguito il progresso e forse anche il buon senso ebbero il sopravvento e nel 1776 il vescovo di Treviso trasferì definitivamente la parrocchialità in S. Fosca, intitolando la chiesa stessa, forse per calmare definitivamente gli animi, a S. Martino Vescovo. Così dell'antico nome di S. Fosca si perdette un po' alla volta il ricordo. Anche il cimitero cambiò di posto e sorse nell'area dell'attuale municipio di fianco alla chiesa, che verrà poi distrutta nel corso della prima guerra mondiale. Il campanile, come si può vedere in qualche litografia del 1800 e in qualche fotografia scattata agli inizi di questo secolo, era di stile romanico e nel 1908, ormai pericolante, fu rimpiazzato da un altro di nuovo, forse troppo bello per poter durare a lungo.

Tra il 1917 e il 1918 si abbatte infatti su Cornuda la furia devastatrice della guerra e della chiesa-madre, come del campanile, non rimasero che le rovine.

(il campanile dal 1908 al 1918)
CHIESA DI SAN MARTINO (XX SECOLO)
Era il 1919 quando mons. Goggi arciprete di Cornuda ritornò in paese con la maggior parte della popolazione andata profuga. Inutile dire che si doveva riedificare tutto e mons. Goggi in mezzo a gravi difficoltà e a lunghi contrasti si accinse alla ricostruzione degli edifici sacri. Soltanto nel 1921 infatti incominciarono, almeno sulla carta, i lavori veri e propri, ma questi, come dirà poi il Chimenton, riusciranno belli e artistici e resteranno a testimoniare l’opera appassionata e sempre costante della fabbriceria, dell'arciprete e del popolo di Cornuda. Prima difficoltà: l'ubicazione del nuovo edificio, perché il centro storico del paese presentava un aspetto ingombrante di case, una piazza ristretta e una svolta pericolosissima tra la vecchia chiesa e la canonica. I due edifici dovevano essere spostati, ma le pratiche furono lunghissime anche perchè era in progetto davanti alla chiesa un grandissimo piazzale con l’Asilo di fianco e bisognava espropriare il terreno alla famiglia Munari e ad Angelo Silvio Cortesia. In seguito però l'arciprete abbandonò il progetto dell'Asilo e rinunciò a parte del piazzale; allora la famiglia Munari cedette gratuitamente 3850 metri quadri di terreno e così la vertenza ebbe termine. Il disegno della nuova chiesa e del relativo campanile fu affidato al prof. Vincenzo Rinaldo di Venezia e già nella primavera del 1921 esso fu inviato alla Commissione artistica dell'Opera di Soccorso per la necessaria approvazione. Tale Commissione aveva il compito di approvare i progetti, concedendo subito dopo un congruo sussidio, (quest'ultimo legato all'approvazione). Successe allora una cosa incresciosa e dolorosa insieme: i progetti della nuova chiesa e del campanile di Cornuda non vennero approvati ed il povero don Goggi si ritrovò in alto mare. La commissione, forte della sua autorità, pretese nuovi disegni. Eccone il testo: " ... La Commissione lamenta che l'architetto si sia attenuto ad un'arte gotica fastosa e farraginosa, che non soltanto fuori d'ambiente e di tempo, ma bensì anche mancante di parsimonia e di misura d'ogni elemento decorativo. Il sacro edificio che ne deriva risulta pertanto una riproduzione di antichi stili, la quale fa danno della sincerità dell'arte e manca di quel soffio di vita che è richiesto da una costruzione di così cospicua importanza. La Commissione pertanto ritiene di dover richiedere all'architetto lo studio di un nuovo progetto... ". Invano l'arciprete pregò la Commissione di riprendere in esame il progetto Rinaldo, suggerendo le opportune modifiche: niente da fare. E il prof. Rinaldo stese un secondo progetto, che non ebbe piu fortuna del precedente. Così nel novembre del 1921 fu notificata a don Goggi la motivazione del nuovo rifiuto. Ai Cornudesi però il progetto della nuova chiesa e del relativo campanile piaceva molto, così pure alla fabbriceria e alla Commissione diocesana. Fu presa allora una decisione storica: rinunciare all'approvazione della Commissione artistica dell'Opera di Soccorso (col relativo sussidio) e costruire chiesa e campanile a proprie spese, pretendendo soltanto i danni di guerra valutati in £ 780.000. I lavori cominciarono subito (maggio 1922) sotto lo sguardo vigile dell'arciprete e di tutto il paese, che contribuì in maniera determinante al compimento dell'opera. Purtroppo una grave disgrazia venne a turbare gli operai addetti ai lavori e il popolo tutto di Cornuda: la mattina del 3 agosto 1923 il muratore Pietro Pieri di 26 anni cadde da una impalcatura, alta 7-8 metri dal suolo fratturandosi il cranio. Ma Nel 1924 l'opera si poteva considerare compiuta anche se parecchie cose all'interno della chiesa erano ancora mancanti come l'organo, il battistero, gli altari laterali e i banchi. La benedizione solenne della nuova chiesa di Cornuda, intitolata a S. Martino Vescovo, e del campanile fu fatta il 25 aprile 1925, domenica delle Palme.

Lo stile
Lo stile, a suo tempo tanto discusso e contestato, è ibrido, romanico e bizantino insieme, il tutto condito da un gotico non ben definito e sovrapposto molto spesso ai due stili precedenti.
La facciata

Prima di procedere alla descrizione un po' particolareggiata della Arcipretale, vale la pena di soffermarci un po' sulla facciata, che, secondo noi, è una delle cose più belle e più ben riuscite di tutto l'edificio. Chimenton la chiama "maestosa", il Bernardi "graziosa" aggiungendo subito dopo che essa è la parte piu organica e piu completa di quella che, a sistemazione interna giudiziosamente finita, sarà una fra le più belle chiese, sorte dopo la guerra nei nostri paesi "lungo del Piave": un giudizio quello del Bernardi, che non poteva essere piu lusinghiero. Sulla facciata della chiesa c’è un po' tutta la storia religiosa di Cornuda, perché in alto, sopra il rosone centrale vi sono 7 nicchie (quella centrale sporgente) con al centro la statua di S. Martino, patrono della chiesa, e altri 6 mosaici con le figure di S. Rocco, S. Sebastiano, S. Fosca, S. Lorenzo, S. Urbano, S. Vittore.
Gli interni

La chiesa è a 3 navate e la pianta a croce latina. II pavimento è sopraelevato di circa un metro rispetto al piano di campagna e vi si accede, dalla parte della facciata, mediante una grande gradinata in Masegno di Guia e, dai fianchi, mediante due piccole gradinate. Le colonne che reggono i muri della navata centrale hanno il plinto, la base attica e il fusto in marmo Broccatello rosso di Verona, il capitello a fregi e simboli e il pulvino di pietra bianca di Gimino.

L'interno del tempio illuminato oltre che dal rosone della navata centrale con relativa polifora, anche da altri due rosoni piu piccoli situati sopra le porte laterali sempre della facciata, e poi da 12 bifore incavate nei muri della navata centrale, dalle finestre della cupola e da altri due rosoni posti sopra i bracci della croce latina.

Gli altari e le pale

L’altare maggiore
Dice il Chimenton che I' altar maggiore è "superbo", ma il Bernardi lo avrebbe voluto ulteriormente sopraelevato così da guadagnare ancora in superbia.

L’altare di San Martino
L’altare è in marmo di Carrara e in marmo rosso di Verona.

La pala di San Martino
Posta dietro l’altare maggiore, raffigura San Martino che dona parte del mantello al povero. Tela/ pittura a olio di Giuseppe Vizzotto Alberti (1925)
Altare del Sacro Cuore Altare di Santa Rita


Madonna del Rosaio – Pala (L. Cima) Il transito di San Giuseppe (L. Cima)



Il Campanile
Esso ricalca grosso modo lo stile della chiesa ed è situato a destra di essa, guardandone la facciata. Esso alto fino alla cella campanaria m 32 e fino alla punta della croce m 61.
Lasciamo ora la parrocchiale e dirigiamoci ad est. Poco più avanti sempre sulla sinistra della strada ecco il Palazzo Municipale
PALAZZO MUNICIPALE DI CORNUDA (l’asilo monumento)
La prima idea dell'Asilo per i piccoli a Cornuda era stata dell'arciprete don Benedetto Goggi, il quale già nel 1913, dopo avere lanciato l'idea, iniziava la raccolta dei fondi. Poi venne la guerra e fu solo nel 1923 che si formò a Cornuda un comitato pro erigendo Asilo - monumento. In quegli anni tutte le città e i paesi della Penisola andavano a gara per innalzare monumenti che ricordassero i loro caduti sennonché a Cornuda si volle unire I ‘utile al doveroso e si decise di costruire un monumento che andasse incontro anche ai bisogni della popolazione, già duramente provata dalle distruzioni della guerra e dal profugato. Fu inaugurato nel 1930. Ospitò per circa quarant’anni i bambini del paese e fu soltanto nel 1968 che diventa la sede del municipio di Cornuda (il nuovo Asilo di via Kennedy, fu trasferito e inaugurato nel 1966). Sui lati della porta d 'ingresso dell'Asilo - monumento ci sono le lapidi dei Cornudesi caduti nella prima guerra mondiale mentre sul frontespizio del fabbricato si possono leggere i nomi delle località e degli Stati europei ed extra-europei nei quali si combatte. Di particolare bellezza e la sala consigliare situata al piano terra.
.jpeg)
.jpeg)
Procediamo ora in direzione est su via Giacomo Matteotti, (400 metri) facciamo l’ampia curva che svolta a sinistra e dopo circa 150 metri eccoci nei pressi della stazione ferroviaria di Cornuda
STAZIONE FERROVIARIA
Anche la ferrovia di Cornuda ha una sua storia centenaria, che risale indietro negli anni quando, ai tempi della dominazione asburgica, ci furono le prime discussioni e i primi progetti per legare il Veneto al Cadore e quindi all'Austria. I tempi però non erano ancora maturi e bisognò arrivare al 5 giugno 1880, dopo la riunificazione del 1866, quando proprio qui a Cornuda si tenne un convegno sulla ripartizione degli oneri per la costruzione della ferrovia Treviso - Belluno. I lavori iniziarono nel 1882 e furono suddivisi in due tronconi: Treviso-Cornuda e Cornuda-Belluno. Il 10 novembre 1886 il primo treno, partendo da Treviso, arrivò a Belluno. Inutile dire che la ferrovia portò fin da allora a Cornuda un certo lustro e un certo benessere economico e fu quasi un trampolino di lancio per l'industria che doveva ancora nascere. In quelli anni infatti gli unici opifici industriali erano le due filande:
una nel Centro l'altra nella frazione di Rivasecca (attuale Crocetta) mentre il grande complesso del canapificio veneto, sempre a Rivasecca, iniziava proprio allora la sua attività. Con la nuova ferrovia Cornuda si ritrovò al centro di un notevole traffico di merci e passeggeri servendo quasi tutta la Pedemontana del Grappa, il quartiere del Piave e parte del Montebellunese. La stazione fu distrutta nel 1917 ed anche nella seconda guerra mondiale fu teatro di numerosi mitragliamenti alleati.

TARGA AL PARTIGIANO
Sul lato sud della stazione ferroviaria su un palo di cemento dell'energia elettrica vi è una targa, la quale ricorda l'impiccagione di un partigiano del Grappa avvenuta il 25 settembre 1944. Il suo nome ci è ignoto, perché non volle rivelare la sua identità neanche al prete che lo assisteva forse per evitare che la sua famiglia potesse essere internata in Germania. La sua esecuzione fu drammatica ed avvenne alla presenza di alcune decine di persone, che in quel giorno lavoravano nello stabilimento di Conti, posto proprio di fronte alla stazione e di alcuni avventori del bar, che esisteva allora nel piazzale.


Rimaniamo nei pressi della Stazione Ferroviaria per far la nostra conoscenza con il Capitello di Sant’Urbano
CAPITELLO DI S. URBANO
Sul piazzale della stazione ferroviaria troviamo un capitello in onore del papa S. Urbano, capitello che andò distrutto durante la prima guerra mondiale e che fu ricostruito 50 anni dopo per ricordare, come dice l’iscrizione messa sulla sua base, il 50° anniversario della fine del conflitto. Il sacello si pone come segno ed auspicio di pace.
.jpeg)
.jpeg)
Dall’altra parte della strada ecco il Capitello di Sant’Antonio
CAPITELLO SANT’ANTONIO
Alla fine di via dei Colli dove questa si innesta con la via Piave, troviamo poi una cappellina vera e propria dedicata a S. Antonio. Si tratta di un capitello grazioso. Di particolare bellezza è il suo lampadario in ferro battuto e le due anfore con gigli poste ai lati dell'immagine del Santo, pure in ferro battuto, opera di operai che lavoravano nella vicina fabbrica di Conti.
.jpg)
.jpg)
.jpg)
Procediamo ora in direzione nord su via Piave per 300 metri, saliamo sul cavalcavia e quindi al culmine dello stesso, guardando giù verso nord ovest potremmo osservare il “monumento a Giuseppe Villanova
MONUMENTO A GIUSEPPE VILLANOVA
Si tratta di un monumento innalzato a fianco dei binari; esso ricorda i1sacrificio di un partigiano di Vidor, Giuseppe Villanova, di 32 anni caduto proprio il giorno della liberazione cioe il 30 aprile 1945. Per questo eroico e coraggioso combattente valga, a illustrarne i1 sacrificio, la motivazione della medaglia d'argento, concessagli alla memoria, una medaglia, che, a detta di molti, poteva benissimo essere d'oro.
"Partecipava fin dall' inizio al movimento partigiano con ogni mezzo a sua disposizione. Ferito nel corso di un combattimento, veniva catturato ed obbligato a fornire informazioni sulla forza e sulla dislocazione della sua formazione. Fingendo di assecondare le richieste, guidava il reparto avversario in località dove i partigiani avevano predisposto una imboscata. II nemico, accortosi dello stratagemma lo freddava barbaramente prima di ingaggiare combattimento. Sublime esempio di sprezzo del pericolo e di attaccamento alla causa della libertà”.
Ponte cavalcavia di Cornuda,30 aprile 1945".

Torniamo sui nostri passi e giriamo la bici verso nord per tornare in via Piave. Ora teniamo la destra, facciamo 200 metri e andiamo a destra in via della Pace. Facciamo circa 600 metri e quindi andiamo a destra su via S. Urbano. Poco dopo sulla nostra destra un edificio dalle forme strane: la Casa Rotonda.
CASA ROTONDA
Una leggenda narra che un tempo la casa fosse stata costruita per ruotare su sé stessa seguendo il sole: e per una volta, la leggenda non sbaglia. La Casa Rotonda di Cornuda, a prescindere dai pareri sul suo aspetto, è un progetto incredibile, nato da un uomo incredibile, che di nome faceva Giovanni Viviani.
Da ragazzino, Giovanni, che era nato nel 1883, andava a sbirciare il cantiere del ponte Curogna, sulla Feltrina. La sua curiosità lo portò a essere notato fin da subito dal titolare della ditta, che gli affidò il compito di portare l’acqua agli operai. A forza di insistenti domande agli operai e al direttore dei lavori, il ragazzo cominciò a capirne parecchio, tanto che il titolare, che continuava a vedere in lui la diligenza e la passione che contraddistingue un vero architetto, decise di portarlo a Milano per diplomarsi. Una volta tornato alla fattoria del papà, il giovane comincia a costruire ponticelli e piccole strutture in paese, fino a specializzarsi nelle fontane e nei pozzi, che progetta soprattutto in Alto Adige, e poi, con un patentino speciale, anche oltre confine, in Austria: in quel periodo, gli diedero spesso del “rabdomante”, poiché pareva che il ragazzo fosse capace di trovare l’acqua anche laddove era impossibile individuarla.
Arrivò la guerra, la più grande e sanguinosa per i nostri territori, e anche lì Giovanni fece la sua parte, portando a casa una medaglia al valore militare: si ritirò perché perse una gamba nello scoppio di una mina a Forcella Mostacin. Tornato a Cornuda, nel 1928 cominciò a disegnare quella che anche dopo cent’anni sarebbe diventata la sua casa, ma anche un misterioso punto di riferimento per il paese. Costruita interamente in cemento armato, tetto compreso, la Casa Rotonda era antisismica già da allora e, attraverso un complesso congegno di produzione navale, nel progetto originale avrebbe dovuto girare su se stessa.
Una concezione troppo avanzata per la tecnologia del tempo, che impediva la rotazione degli impianti e degli scarichi: Giovanni si accontentò di tenerla immobile nel suo ampio giardino, con quattro colonne portanti a sorreggere il pesante tetto, tre piani abitabili, una cantina e un sensazionale poggiolo in cima alla struttura che dà una vista a 360 gradi. Era una delle poche case a Cornuda che già all’epoca avevano il bagno interno. All’interno, la Casa Rotonda è caratterizzata dalle pareti curve, che danno alla stanza un aspetto insolito e un’atmosfera luminosa: all’interno la casa è stata rivisitata, perché alcune soluzioni non si prestavano alla funzionalità di un’abitazione e i costi delle finiture si erano rivelati troppo alti per portarle a termine.

Riprendiamo i nostri passi e invertiamo la marcia in direzione est. Siamo in Via Sant’Urbano. Dopo circa 200 metri la strada assume il nome di Via Sant’Anna. Circa 1 km più avanti sulla nostra sinistra ecco il capitello di Sant’Anna.
CAPITELLO SANT’ANNA
Ed eccoci al capitello di S. Anna eretto (cosa incredibile per questi anni!) nel 1988. Tuttavia la storia di esso si perde nel tempo; originariamente il sacello sorgeva nel territorio dell'attuale comune di Crocetta del Montello precisamente all'incrocio tra via Erizzo e via Antonini Ceresa davanti al ponte della Brentella. Successivamente le esigenze del traffico e dello spazio lo avevano fatto trasportare davanti all'attuale chiesa parrocchiale, ma anche qui il povero capitello non trovò pace e fu demolito, sia pure a malincuore, nel primo dopoguerra. Il ricordo di esso però rimase e fu cosi forte da spingere un gruppo di Cornudesi a prendere una decisione storica, battendo sul tempo gli abitanti della vicina Crocetta: riedificare il capitello nel territorio del nostro Comune a 800 m di distanza dal primo. Così oggi il sacello, sobrio nella sua struttura e quasi copia conforme di quello scomparso, fa bella mostra di sé lungo la strada che porta a Crocetta.

Andiamo avanti ora per circa 300 metri. Ora a destra in via del canapificio. Dopo 600 metri la strada assume il nome di Via Antighe.


Andiamo a destra su via Zanini e procediamo per altri 500 metri. Ora a destra su via Carducci e quindi a sinistra per 200 metri sfiorando così il Parco Europa. Ora a sinistra e poi subito a destra in via Giuseppe Verdi. Altri 200 metri in salita e ora a destra su via dei Colli. Ancora 100 metri e quindi a sinistra in via Franzoia. Saliamo per altri 300 metri e sulla nostra sinistra, nascosto tra i rami di un noce, ecco il Capitello del Cristo.
CAPITELLO DEL CRISTO
In origine sorgeva là dove adesso si trova il grande serbatoio dell'acquedotto comunale; alto circa 2 metri e di buona fattura, esso fu letteralmente portato e collocato al suo posto, durante la cerimonia per la sua inaugurazione, da Ugo Spinetta, alla vigilia del 2° conflitto mondiale, dal quale non doveva più fare ritorno, cosi che molte persone, commentando dopo qualche anno il fatto, avevano concluso che il povero Ugo aveva portato la sua croce addirittura in anticipo!
.jpg)
Andiamo in direzione est per 200 metri e poco oltre sulla sinistra il complesso di Villa Bolzonello.
VILLA BOLZONELLO
.jpg)
Ex residenza dei conti Cornuda, la villa è un imponente edificio costruito in vari momenti, a partire dal XIV secolo. Il nucleo originario, oggi ala ovest, ha conservato la riproduzione dello stemma degli antichi proprietari e lacerti di pregevoli affreschi. Si tratta di un caseggiato molto grande nel quale a suo tempo le carrozze della famiglia gentilizia entravano direttamente nel palazzo mediante un sottoportico per cui i conti Cornuda non si bagnavano neppure quando pioveva. È una villa storica con l'ala ovest (ridotta oggi al rango di rustico) che risale secondo gli studiosi al 1300 e dove furono ritrovati anche dei pregevoli affreschi e lo stemma gentilizio della famiglia. Qualcuno asserisce che essa fu edificata sulle rovine di un antico castello, ma non sono stati trovati fin ora documenti che possano provarlo. Esistono invece nel sottosuolo delle cavità rimbombanti (forse delle gallerie medioevali), mentre a poca distanza dall'edificio, dal quale si gode un panorama stupendo, troviamo verso nord la cosiddetta "Valle dei morti" dove qualcuno vorrebbe che fosse avvenuta la disperata battaglia di Cortesino da Strasso (350 caduti) contro le soverchianti truppe di Cangrande della Scala. Ma anche questo resta da dimostrare.

(scorcio della Valle dei Morti vista da Villa Bolzonello)
Torniamo sui nostri passi, ritornando in sostanza al capitello del Cristo. Andiamo in discesa sino a vedere sulla nostra destra l’indicazione per “Villaggio Stella Alpina”. Andiamo avanti e poi a sinistra. Qualche metro e quindi a destra in Via dei Colli. Altri 300 metri e quindi a sinistra in via 8-9 maggio 1848. In discesa per altri 200 metri. All’altezza dell’ingresso a destra segnalato dalla immagine che segue entriamo a destra.

Ancora 100 metri e sulla nostra sinistra Villa Viviani.
VILLA VIVIANI
È una costruzione un po' nascosta oggi. Gli archi, che ricoprono i portici sono stupendi e da tutto l'insieme dell'edificio traspare la mano di un artista provetto e geniale anche se in origine la villa doveva essere piu piccola dell'attuale. L'anno della sua costruzione risale, come sta scritto su una pietra d'angolo, al 1456, ma è chiaro che l'edificio è stato successivamente ampliato verso destra e verso sinistra per cui l’assetto attuale dovrebbe risalire ad almeno un centinaio di anni piu tardi. Nei secoli passati la villa, prima di passare nelle mani degli attuali proprietari conobbe molti padroni e subì seri danni sia nella prima guerra mondiale come forse anche nel maggio del 1848 poiché sotto un pavimento del pianterreno fu ritrovata anche una palla di cannone austriaco pesante parecchi chilogrammi. Quando la villa fu costruita, l'attuale via 8-9 Maggio 1848 non esisteva oppure esisteva soltanto come entrata secondaria tanto è vero che si affacciava soprattutto verso ovest dove ancor oggi si può ammirare una specie di belvedere (una porta-terrazza con poggiolo) murato, il quale dava sulla vecchia strada feltrina del Ru Bianco e sul cortile di casa Precoma, dove fin dal 1700 esisteva il primo ufficio postale del paese.

Qualche metro più avanti e sempre sulla sinistra ecco Palazzo Munari.
PALAZZO MUNARI
Si trova un poco piu a nord dell'incrocio del semaforo e si distingue subito per la sua mole massiccia. La sua costruzione risale al 1869. Attorno alla casa padronale c’è un bellissimo e ampio giardino-parco.
.jpg)
E nei pressi, il Capitello di Via Munari
CAPITELLO DI PALAZZO MUNARI
Capitello con dipinto di Gaetano Fabris. L’opera che vediamo è frutto di un grande restauro effettuato negli anni ottanta del secolo scorso.
.jpg)
.jpg)
Sempre sulla sinistra più avanti ecco il Caffè Commercio.
CAFFE' COMMERCIO
_edited.jpg)
Arriviamo all’incrocio e sulla destra invece l’antica locanda alla Stella D’oro.
LOCANDA "ALLA STELLA D'ORO"
La costruzione che attualmente ospita la locanda risale al Cinquecento e sembra essere stata una delle case possedute dai Trieste. Fu infatti fatta costruire nel 1503 da Giannantonio dei conti Pellegrini Trieste. Questi, come sta scritto nelle memorie della sua famiglia, asserisce che "nella sala superiore, prima che fosse imbiancata e sotto la immagine della nostra Signora si leggeva MCCCCCIII addi X marzo''. In tempi piu recenti la casa domenicale fu trasformata in locanda e la sala superiore servì nel primo dopoguerra persino da aula per una scuola serale e successivamente da sala per il cinema.

Attraversiamo l’incrocio e andiamo in direzione sud. Circa 100 metri più avanti sulla nostra sinistra ecco Palazzo de Faveri Tron.
PALAZZO DE FAVERI TRON
Si tratta di una elegante e solida costruzione, restaurata a regola d'arte per cui non occorre molta fantasia per rendersi conto della sua originale bellezza.
È una villa che, con le sue adiacenze e con il suo colore rosso antico sbiadito, si inserisce mirabilmente nel verde che la circonda mentre lo stesso viale di cipressi dalla parte dell'Asilo rappresenta quanto di meglio si possa desiderare in fatto di armonia e di eleganza. È una costruzione realizzata tra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento. Il complesso è costituito da un corpo padronale compatto, affiancato da un volume a due piani, cui seguono un'adiacenza con portico e una torretta. Il tutto è inserito in un vasto parco di alberi secolari. Il corpo padronale è una costruzione a tre piani dalla facciata simmetrica e tripartita. Alla porta d'ingresso al piano terra corrisponde un'apertura con poggiolo al secondo e una semplice finestra al terzo. Le aperture centrali sono inoltre affiancate da due finestre per lato. Frutto di un recente restauro sono le due calotte in rame che coprono la porta d'ingresso e la sovrastante finestra e la meridiana affrescata.

Attraversiamo la strada, entriamo nell’ area parcheggio di alcune attività commerciale tenendoci in direzione sud ovest. Poco oltre usciremo in via Madonnetta. Ora teniamo la destra, facciamo qualche metro e quindi a sinistra in via Giorgione. La facciamo tutta e dopo 400 metri giriamo a destra in via San Valentino.

Andiamo avanti per 200 metri e quindi 50 metri a nord. Avanti ancora 100 metri. Siamo nei pressi di via Santa Lucia che si trova qualche metro a nord da noi. Qui secondo la tradizione vi sarebbe stata la Chiesetta di Santa Lucia, ora distrutta.
ANTICA CHIESA DI SANTA LUCIA
Di questa chiesetta, scomparsa nel 1776 non esistono tracce. Un tempo, il luogo in cui era situata, veniva ricordato con una croce piantata in mezzo all'erba di un prato. L’unica cosa che conserviamo di essa è una mappa ritrovata nel 1989 nell’archivio storico di Asolo.


NAPOLEONE E VIA SAN VALENTINO
Napoleone Bonaparte passando per Cornuda nella primavera del 1797 non percorse l'attuale via XXX Aprile, ma, secondo il racconto dei nostri vecchi, la via S. Valentino. Questa via, attualmente una delle tante del Comune, si identificava con l'antichissima via Piovega, la quale, proveniente da Casella d'Asolo passava sotto Coste (per le Motte), sotto la chiesa di Maser e a sud della villa Barbaro e di Muliparte.
Procediamo su questa via così carica di storia e riferimenti e andiamo avanti per 500 metri e quindi a sinistra in via Valle in Piano. Altri 700 metri e siamo in Borgo Precoma
BORGO PRECOMA
Siamo nel pieno dell’area di campagna ancora intatta del Comune, area che va sotto il nome di Pra De Roda.

Si chiama così la grande distesa di campi, che si trovano a ovest e a nord-ovest della zona industriale di Cornuda, e fin dal luglio 1874 l'esercito italiano vi tenne numerosi campi di istruzione e di grandi manovre: nel 1877, nel 1881, nel 1893 ed infine nel 1903 con la presenza del Re Vittorio Emanuele III°. Il Toponimo: l'elemento “pra” indica un prato o campo coltivato a erba, mentre roda deriva da “rodul” e indica un "terreno o prato povero dato in concessione e usufrutto ai contadini ".
Andiamo ora a destra per 400 metri e quindi a sinistra per altri 600 metri. Ora a destra in via Caolonga per 900 metri. Usciamo ora in via La Valle che anticipa nel toponimo la località di La Valle.
LA VALLE
Frazione di Cornuda situata lungo la strada che dal centro porta verso Maser. Questo nucleo abitato risulta documentato nelle mappe venete del XVI - XVII sec. "Valle" deriva dal latino “vallis” che significa appunto valle. Popolarmente si dice che: "Aea val i fa a mesa a S. Roe" (in località Valle c’è la S. Messa nella chiesa di S. Rocco).

Ora a destra pedalando in via La Valle per circa 1 km. All’altezza della località indicata nell’immagine che segue, prendiamo la sinistra e qui si comincia decisamente a salire.

Sulla nostra destra un corso d’acqua: è il torrente Scalon.

Prima di salire, facciamo rifornimento d’acqua da questa bellissima fontana.


